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THE BOOKS

 

La conoscenza si acquisisce leggendo i libri; ma quello che è veramente necessario imparare, la conoscenza del mondo, si può acquisire soltanto leggendo gli uomini e studiando tutte le loro diverse edizioni...

 

                                                                                                                                                                        Lord Chesterfield

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Dello Charme e dello Stile

ISBN-9788849824476

 

C’è qualcosa di impalpabile e leggero che spesso incanta l’anima, qualcosa di invisibile di duttile e mobile che pure ci trae a sé con forza, qualcosa di non evidente e sottile che si può solo presagire o indovinare, qualcosa che, quando inspiegabilmente manca, ci lascia in uno stato di curiosa inquietudine, qualcosa di molto importante e che tuttavia sembra non si possa dire[1].

Pare non sia un oggetto, ma faccia parte del mistero, del lato atmosferico, aereo, della realtà nella quale noi tutti siamo inscritti.

Jankélévitch ha provato a circoscriverlo come un Non-so-che o un quasi niente, la nostalgia di qualcos’altro, il sentimento che c’è altro.

Parliamo dunque dello Charme. Esso evoca più il lessico dell’attrazione patica che della gnosi, più dell’incanto che della riflessione.

Dietro le quinte del testo si nasconde infondo una domanda:

come parlare di un Cristianesimo che sia all’altezza dello charme della musica, dell’arte e del pensiero?

 

«Être sous le charme» dice la lingua francese:

subire il fascino di qualcuno.

 

Avvertiamo subito di essere a fianco ad un uomo o una donna charmant, anche se questi resta a lungo posato. Può tacere per ore e riempire di sé uno spazio enorme. Viceversa ci accade di rimanere a lungo accanto ad uno qualunque, privo di charme, tanto da non accorgerci neppure della sua presenza.

Lo charme pare raggi da una raffinata e pudica interiorità, da una bellezza senza intenzione, non è tanto una questione di facciata. Vi sono tante donne in apparenza belle, ma senza alcuna grazia.

 

«Être sous le charme»

della musica, di una tela o di una poesia

 

Perché uno strumento musicale, come il pianoforte, sprigioni una vera sonorità, deve ottemperare a tante condizioni: l’età del legno, la vernice, la qualità dei feltri e del metallo vibrante e perfino i fattori meteorologici concorrono a favorire un esito felice. Date tutte queste condizioni, saremmo dunque dinanzi ad bel pianoforte.

Eppure c’è ancora qualcos’altro a consentire l’alchimia della vera musica: il tocco alato dell’artista: una pausa fuori posto o un dito caduto troppo in fretta, bastano a distruggere lo charme di un grande brano.

L’emozione musicale, quando è vera, lascia emergere dolore e dolcezza insieme, abbandono ed esuberanza, guerra e pace.

La musica, leggiadra folata di suoni, sembra un quasi-niente eppure ci introduce alle soglie dell’ineffabile: essa infondo è “senza perché”, non esprime alcunché oppure esprime l’infinitamente inesprimibile.

Anche un capolavoro poetico, che gioca con leggerezza e maestria con le parole, conosce lo charme dell’incanto, perché consente all’avventura di vocalizzare l’ineffabile. I poeti sanno indicare mondi inesplorati, strappano alla mediocrità tutto quanto è umano e lo nobilitano (fosse anche una foglia secca o una nuvola), possono trasfigurare le passioni umane, persino il destino tragico può riceverne consolazione. La poesia «rivela i segreti che giacciono nel profondo e dei quali (l’uomo) avrebbe soltanto, senza la poesia, una sorda sensazione; (essa) parla all’uomo una lingua meravigliosa, facendo anche che egli senta come se questa lingua fosse stata la sua in un'altra e migliore esistenza»[2].

 

«Être sous le charme» di un pensiero

 

Ognuno di noi nella vita entra in contatto con mille e più pensieri e con altrettanti libri. Eppure solo da alcuni restiamo scalfiti, tanto che ad essi ci rivolgiamo sovente. Ci sono autori della vasta e lunga storia dello Spirito che amiamo visitare e che, appena salutati, ci invitano a vivere con più lena la nostra vita di ogni giorno.

Anche il pensiero dunque ha un suo charme, se riesce in fondo a rallegrare la mente, ad evocare atmosfere aeriformi, a raffinare ed accalorare il giudizio, ad aureolare il destino, a levigare le tante nostre manìe, a sfumare la pesanteur dell’esistenza.

 Il pensiero è charmant se consente l’immersione del mondo in un’altra sfericità, l’accesso ad un sublime livello del reale, senza l’ambizione di chiudere alcunché, semmai di lasciare aperto l’uscio sull’indicibile.

 

«Être sous le charme» del Cristianesimo

 

La musica, la poesia, la pittura, il Vangelo hanno il vantaggio di rivelarsi direttamente a noi che ad essi ci accostiamo, come se il brano che ascoltiamo o la tela che vediamo fosse uscita fresca per noi dalle mani del compositore.

L’evento cristiano dunque è incontro mistico con la figura del Cristo, eppure esso è insieme contegno, motivo musicale e artistico e forma di pensiero.

Cristianesimo dunque come gesto sorridente e prodigo, urbanità, dolcezza, attenzione senza intenzione, creanza incurante di sé, indifferenza ospitale per ogni differenza, potenza di ritrarsi fino all’autodimenticanza, tatto squisito per la vera grandeur, dirittura senza legnosità, briosa cortesia, delicata devozione, garbo austero, allure, portamento cavalleresco senza forzature, onore audace e fiero, magnanimità nell’onorare chicchessia, in una parola amabilità.

Cristianesimo come trasposizione musicale e ritmo che sottende passioni forti quali l’amore, la violenza, il dolore, la bestemmia, la gioia, la rabbia, la disperazione, la preghiera, l’esultanza; come motivo di purificazione, melodia di sottofondo e di respiro che ridesta il desiderio di danzare la vita con la sua poliedrica varietà di suoni: ammettendo il presto vertiginoso e il largo funebre, ora accelerando ora rallentando, gustando il pianissimo e l’andante scherzoso, l’allegro con fuoco, la nenia e la giga, il corale e il tocco leggero del pianista solitario.

 

Infine Cristianesimo come forma mentis, giardino del pensiero, della riflessione su di sé, sul destino, sulla storia, su Dio; come grande galleria di pensatori: dagli evangelisti, ai padri della chiesa, ai teologi e filosofi di tutti i tempi, ai mistici, fino ai romanzieri, agli artisti e ai poeti; dai Papi fino all’ultima vecchietta che riparata nel tempio, per la calura estiva, recita il suo eterno rosario. E da duemila anni, da un estremo all’altro del mondo, uomini, donne, bambini e anziani, dotti e umili, attratti dal Cristo coltivano un proprio pensiero e una propria tradizione muovendosi nell’unico e ampio paesaggio cristiano.

Grande respiro del pensiero e dell’affetto è il fascino intimo del cristianesimo.

 

Charme dunque, ma il nostro sottotitolo contempla anche la parola «stile».

 

La religione cristiana ha la sapienza di coniugare lo charme con lo stile: essa intende sottrarci al pericolo di un luccichio incantatorio, che è arte di piacere per soggiogare, come avviene spesso con lo charme e glamour della moda, della televisione, della cultura di strada. Questo è fatto di paillettes: è un incantesimo scoccato per accalappiare l’assenso, che presto o tardi si rivelerà un bluff.

La tradizione cristiana sa che non v’è autentico charme senza stile, non v’è uomo charmant senza che prima esso non abbiano coltivato la sua anima, mettendo a custodia dei suoi gesti una coperta ascesi, una consapevolezza di sé, una armonia a lungo guadagnata.

Così come non v’è grande poesia o musica o tela senza che l’artista non si sia conquistato prima un proprio stile: copiando e ricopiando altri maestri, ridisegnando celebri profili, gettando giù mille schizzi, nella continua avventura di seguire la scia di una intuizione, ricevuta un giorno come in un batter d’occhi e modellata nel tempo cogliendo anche le risonanze altrui, che rafforzano la mia originalità.

 

Lo charme di Dante, di Mozart, di Caravaggio, di Michelangelo ha infondo alle spalle un lungo, avventuroso ed esigente tirocinio. Più ci si cimenta con se stessi e si forgia un proprio stile, più senza infingimenti e senza volerlo emerge il proprio vero charme.

Il libro intende elevare, sulla scia di Francesco di Sales, una configurazione di stile per la fede odierna. Esso visita gli esordi della modernità per rintracciarne una sapienza smarrita: la possibilità per la fede cristiana di rendere amabile la vita. Essa ci offre uno charme che viene da altrove e che pure sarebbe il segreto della vera vivibilità. Così l’amicizia, l’innamoramento e il rapporto tra maestro e discepolo, nel testo, si fanno palco del possibile incontro col divino.

Sono queste tre esperienze elementari in cui ciascuno subisce lo charme dell’altro e in cui il vero cristianesimo è chiamato in causa per favorire la salvaguardia e la freschezza dell’amore umano preservandolo dalla sciatteria, dalla delusione o dal risentimento. La figura del Cristo, con il suo indicibile charme, che filtra da ogni pagina del vangelo, ci convince ancora per un non-so-che, per un respiro grande, sciolto, forse per una naturalezza, una misura, una forza di resistenza, resa e liberazione, una magnanimità che sa reggere alle contraddittorietà e alla sofferenza, una potenza ospitale verso lo straniero, l’impuro, perfino verso il nemico.

E forse il segreto del suo fascino è tutto nel suo stile, signorile e vulnerabile, vicino e remoto, divino e umano insieme.

Quale sembiante umano, quale figura di Dio e di Cristo, quale forma di fede sarebbero all’altezza dello charme della musica, dell’arte e del pensiero?

A questa domanda cerca una risposta il nostro testo.

 

Gianluca De Candia, La vera amabilità del Cristianesimo. Charme e stile di una fede postmoderna, Rubbettino 2009.

 

 

 

[1] Cf. V. JANKÉLÉVITCH, Il non-so-che e il quasi niente, p. 3.

 

[2] J. BURCKHARDT, Meditazioni sulla storia universale, Firenze 1959, 237.

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L'insostenibile leggerezza del Mistero

ISBN-10-8830811548

 

 

Come avviene che una persona umana ritrovi la logica incarnata, il bandolo della matassa inestricabile della sua vita, diventi – in un processo lento ed inesorabile – la figura di un prete romano, di un bottegaio o di un barbiere di borgata, marito e moglie, che diventi cioè se stessa con i pochi altri che le sono destinati?

Come la casualità e velleità delle vicissitudini si trasformano in destino, il destino in vocazione, la vocazione in uno stile preciso e libero, perfino liberante? E sarà possibile concepire tutto questo in chiave teologica, come evento riflettuto tra sfera divina e umana?

Ci tenta il Manzoni, ideando l’intrigo, l’impatto e l’incontro tra Renzo e Lucia, tra don Abbondio e i bravi, tra il Cardinale e l’Innominato, tra le vocazioni opposte di fra Cristoforo e la monaca di Monza; in mezzo al vortice della peste, assistiamo ad un incrocio di parabole di vita tra cielo ed inferno, arbitrio e una libertà rinascente, venata da una vena sublime della grazia.

E tutto questo viene pensato, ritmato, inserito nella melodia e nel girotondo teologico da parte della mente creativa, empatica, credente di Alessandro Manzoni, lui stesso colpito dalla morte della moglie e di alcuni suoi figli: «Come sopra i turbini / Regni, O Fanciul severo! / È fato il tuo pensiero, / È legge il tuo vagir…». Così nel frammento rimastoci della poesia del Natale 1833.

Quale pensiero potrebbe reggere a tante lacrime?

Cento anni dopo, Thomas Mann, contrastando l’emergere fatidico del fascismo, cerca di seguire e di dar rilievo al cammino del pensiero di Dio nella mente e nelle vicende di Abramo, di Giacobbe e del giovane Giuseppe, che attraversando diverse forme di morte e di rinascita diventa nutritore di Egitto e ritrova dopo decenni i suoi fratelli e suo padre, in una scena di felice riconoscimento che si protrae per duecento pagine, uno happy end sofferto, mai noioso, ma commovente, anche perché teologicamente ben orchestrato, sorretto dal pensiero di una necessità divina liberante, riscattante.

Quale teoria e prassi potrebbero reggere a tanta grazia?

E, forse, la filigrana nascosta di tutti questi nodi si trova nella sorte della figliolanza divino-umana del Maestro del Vangelo, come Kant lo nomina: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26). L’ultima cena (che riepiloga tutto il cammino di Gesù e anticipa la sua morte, interpretandoli come evento liberante di Dio e segno di abbandono da parte della signorilità umana), l’innalzamento sulla Croce, e la scena eucaristica di Emmaus, spunto di un altro e nuovo cammino ecclesiale e teologico.

Ci muoviamo tra la reconnaissance (la parola chiave dell’ultimo Ricoeur), re-naissance, rinascita inaudita, e connaissance teologica, il nascere simultaneo tra Logos divino e pensiero umano.

In questo contesto si iscrive il lavoro di Gianluca De Candia, un vero laboratorio di riflessione, un’esercitazione della mente e una messinscena drammatica per esplicitare il concetto della necessità, che riveste così una sua fisionomia e risulta fermento, orizzonte e dinamica dell’esistenza umana, del mistero cristiano e del pensiero teologico.

La tesi evolve la dinamica, il processo della (e intenta un processo alla) necessità corriflessiva tra la sfera e mente divina e l’intelligenza e la vita umana, essa riesce ad inverare la dialettica aperta tra necessità e il più-che-necessario, tra il pensiero ontologico-trascendentale e la realizzazione della grazia trinitaria e cristologica, il primato di una presenza divina illuminante che attraverserebbe gli abissi della nostra improponibilità e saprebbe sostenere soavemente la sublimità della nostra esistenza.

Il presente studio interloquisce in modo severo e sciolto con sei grandi figure della storia dello spirito, di modo che il tema del lavoro (il pensiero necessario della necessità del mistero, che da parte sua risulta – necessariamente – più che necessario, graziosamente presente), stile, forma, metodo e dinamica della tesi vi si fomentano e rilevano insieme e a vicenda, in una composizione quasi musicale che trova il suo apogeo nella fuga finale dell’ottavo capitolo, pagine di grande arditezza e sequenzialità speculativa.

Pensare la necessità del mistero trinitario-pasquale come fermento e presenza liberante per la vita e il pensiero umano, comporre un elogio della necessità, un’impresa ardua e rara nel panorama teologico attuale.

Il paesaggio austero ed ameno che vi si perlustra, la sagoma dei misteri cristiani che vi si esplorano, rivestono, forse, il carattere del portale di una moschea del Duecento turco, come lo descrive Roberto Peregalli: «L’ornamento diventa qui un invito all’entrare, un libro aperto sull’ombra di ciò che sta oltre. Nessun segno è di troppo, nulla va perduto in questa scrittura di pietra… Si respira un’aria di attesa e di silenzio, la profondità di un accadimento che sta per sopraggiungere. Il disegno, pur elaboratissimo, ha una necessità che sembra scaturire dalla pietra stessa, è un foglio, duro come il cristallo, su cui è inciso un mondo di segni che hanno una vita che va aldilà di loro stessi. Rimandano a una cosmologia di cui sono i messaggeri visibili. È difficile non restare abbagliati dalla compostezza, e al tempo stesso dalla pacata follia, di questi tratti, pagine di pietra che parlano da distanza di secoli e di civiltà con freschezza immutata» (I luoghi e la polvere. Sulla bellezza della imperfezione, Milano 2010, 111-113).

Se potessimo dire questo del mistero cristiano – e del suo riflesso remoto nel pensiero fermo e delicato di una teologia degna di esso…

 

Dalla Prefazione di Elmar Salmann

 

Gianluca De Candia, Il peso liberante del Mistero. Saggio sulla grazia del necessario, Cittadella 2011.

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Il Dio musicale

ISBN-9788862441179

 

 

Dal silenzio al linguaggio, dal linguaggio al silenzio: è il ritmo che cadenza musica, poesia e teologia. La musica forse, fra tutte, sarebbe l’algebra meno impacciata ad evocare l’armonia del Dio uni-trino.

L’arte musicale infatti esige commozione e precisione, fino al punto in cui il contenuto non trascolori simultaneo nella forma e viceversa. E non è un caso se gli antichi – riguardo al divino – parlavano di una “musica delle sfere” e se, con Boezio, il teologo Agostino, nel De musica, esalta il ritmo ternario come il più perfetto.

Il Dio trinitario infatti più che intellettuale o sentimentale, forse sarebbe un Dio musicale, esperto di movimenti soavi fra toni e timbri, fra corrispondenze e risonanze, rimandi e asimmetrie, fra silenzi, intervalli e intreccio delle parti.

La musica trinitaria è dunque arte delle relazioni viventi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, magia della consonanza (non della coincidenza), in un intonarsi l’un l’altro fra Padre e Figlio nel contrappunto dello Spirito, che mentre accorda in bell’armonia il

loro legame elude ogni unilateralità.

L’aria musicale ci inviterebbe allora ad aver fiducia in un Dio più spaziale che inafferrabile, più sorgivo che stantìo, e a guardare alla Trinità come all’ambiente ineffabile nel quale vorremmo abitare. Eppure, noi mortali, non possiamo sfuggire alla legge del linguaggio e dell’analogia – senza le quali il Mistero resterebbe sigillato.

«Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio che sta nel seno del Padre, lui ci ha rivelato il suo volto» (Gv 1,18). La vera grazia della teologia infatti è che, parlando della Trinità, ci viene in soccorso la Rivelazione e il dogma cristiano, antidoto insuperabile all’opacità congenita al pensiero, che spesso corre il rischio di ingannarsi su di sé e di imbrattare il nitore dell’Amore.

Nelle pagine che seguono, a mo’ di solfeggio, ripercorreremo il significato del dogma trinitario, le sue relazioni e coloriture tonali, la sua vita intima e la linea dei suoi movimenti, senza i quali, in verità, la stessa figura di Gesù perderebbe il suo autentico spessore, quello sfondo che lo rende vero Dio e vero Uomo.

 

Dalla Prefazione dell'Autore.

 

Gianluca De Candia, Trinità. Le consonanze di un Dio musicale, Tau 2011.

 

 

 

 

 

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvemi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

 

e l’un da l’altro come iri da iri

parea reflesso, e ’l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

 

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! E questo, a quel ch’i’ vidi,

è tanto, che non basta a dicer “poco”.

 

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t’intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

 

Dante, Paradiso, XXXIII, 115-126

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Il rovescio del Vangelo

di Barbara Alberti

 

 

Erano quattro piccoli libri, i Vangeli di Marco Matteo Luca e Giovanni, rotoli da nascondere nelle cintura, sfuggendo alla legge. Questi piccoli libri ne hanno fatti scrivere un oceano di altri, di commento, di narrazione, di confutazione, di reinvenzione, di apologia, di critica …Sono 2000 anni che si scrivono parole su quelle parole.
Eppure è ancora possibile dire qualcosa di mai udito prima. Non solo perché quei testi sono infinitamente interpretabili, ma perché il Vangelo genera se stesso, ha in sé la rinascita della parola.
Ho appena letto Il rovescio del Vangelo del giovane teologo Gianluca De Candia (EDB), un breve perfetto capolavoro con le qualità essenziali per chi osi scrivere del Vangelo – purezza, durezza, entusiasmo, sapienza, ispirazione, linguaggio, arte del racconto, semplicità profondissima. E il dono della trasfigurazione. Senza trasfigurazione non c’è comprensione. Solo da questo autore ho sentito parlare dello charme di Gesù. 
Lo charme del Rabbi di Nazaret filtra da ogni pagina delVangelo, restando inafferrabile. Come accostarsi allora allapatina di luce che ovunque lo accompagna? Questa domanda dàl’avvio all’avventura di queste pagine: osare leggere il vangelo “al rovescio”, a partire dalla prospettiva di coloro che lo hanno incontrato. Come lo avranno guardato Giuseppe, Maria, ilBattista, la peccatrice di Magdala, Giuda, Pietro, Caifa, Pilato edErode? Un racconto fra le righe dei vangeli e sulla loro soglia,come un invito a entrare.
Entrare nei personaggi come non li hai mai pensati. Giuseppe me lo sono sempre immaginato con la barba bianca e il giglio in mano, un vecchio che veglia su una fanciulla. Ma qui Giuseppe il falegname è un giovanotto ardente che sacrifica amore e desiderio al disegno divino. Un genio della solitudine. Un genio del silenzio.
Personalità immensa, da sempre rimasta nell’ombra. Ungigante dell’incuranza di sé (…) perché non ci vuole molta forzaper esibirsi, ma ce ne vuole molta per ritrarsi.
Giovanni Battista, quest’uomo di sabbia, impavido eincandescente, come gli antichi profeti, che morirà per la vendetta di una donna. Giuda, che tradisce per un disegno ingenuo e megalomane, per spingere Dio alla riscossa. Miriam di Magdala, la Maddalena, donna libera e frivola, follemente vitale, che sfida i farisei e la loro vile impurità, e scoprirà nella purezza un’estasi più grande di quella del peccato. Maria, la madre, Nata senza peccato - "quel velo di insostenibile malizia che appesantisce tutto". Pietro il pescatore, lo scettico di fede, Erode, Salomé, Giovanni, Giuda, Caifa e Pilato – chi, fratutti loro, il più solo?- ognuno ha il suo Gesù. Li vediamo da vicino, cercando di leggere il loro cuore, in una sacra rappresentazione dei sentimenti che il Cristo fa nascere, in un racconto agile come una ballata, intenso come una meditazione.
I personaggi diventano il lasciapassare per liberare la nostra capacità di immaginare e ci fanno tornare curiosi del Vangelo. Ilrovescio del Vangelo ci incoraggia a capire che possiamo rileggerlo con i nostri occhi.
Già il primo libro di Gianluca De Candia Della vera amabilità del Cristianesimo, scritto da giovanissimo, fu per me una rivoluzione e una visione rispetto alle mie idee di ex-cattolica.
In queste cento pagine l’autore ha raggiunto, con la maturità di studi e di pensiero, una naturalezza di stile, come se il libro si fosse scritto da solo.
Scriveva Blaise Cendrars: Avevo sedici anni e mi nutrivodi fiamme/ ed ero già così cattivo poeta/ che non sapevo andarefino in fondo. De Candia c’è andato. Qui tutto è scoperta, luce, grazia, dolore, invito all’amore.

Apparso sul Blog di Confidenze: http://www.confidenze.com/mondo/il-rovescio-del-vangelo/

augura un nuovo regime simbolico carico di tensioni

  Recensioni

  •  11 marzo 2020  www.settimananews.it

  • 1 marzo 2020 www.ilpostodelleparole.it 

  • Gianluca De Candia racconta il suo volume Il rovescio del Vangelo (EDB, Bologna 2019) in un'intervista radiofonica con Livio Partiti ospitata dalla web magazine culturale “Il posto delle parole” (1 marzo 2020).

  •  1 febbraio 2020 DOSSIER CATECHISTA

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  •  15 gennaio 2020  IL REGNO - ATTUALITÀ

  •  22 dicembre 2019  L'Eco di Bergamo

  •  1 dicembre 2019  MUNERA

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  •  1 settembre 2019 IL BORGHESE

  •  7 agosto 2019 

  • RADIO MATER 

  • "Fare teologia con l'arte". Puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”, a cura di Giuseppe Brienza, andata in onda su Radio Mater il 7 agosto 2019. Ospite il teologo Gianluca De Candia

  •  1 luglio 2019  TESTIMONI

  •  30 giugno 2019 

  • 8 giugno 2019 www.settimananews.it 

  • L'OSSERVATORE ROMANO

  •  7 giugno 2019  www.osservatoreromano.va

  •  2 maggio 2019  iannozzigiuseppe.wordpress.com

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