
Teologia "per interposta persona"

Nei vangeli non c’è psicologia.
V’è certo la gioia per il tesoro o il figlio ritrovato, la paura per la severità del padrone dei talenti, la compunzione del pubblicano al Tempio, la callosità incurante del ricco verso il povero Lazzaro, il bacio del traditore, il pianto di Pietro… eppure mai la voce narrante s’attarda a decifrare i movimenti interiori premessi ad un gesto – quale ad esempio il tradimento di Giuda –, e solo di rado gli evangelisti lumeggiano l’alone emotivo di un miracolato, dei discepoli o del popolo davanti al Rabbì.
Sul palco dei vangeli nondimeno ciascun personaggio dà prova di una vera personalità, dal carattere inconfondibile. Le figure che ruotano attorno a Gesù infatti sanno la gioia, l’amore e la paura, sperimentano il lutto, l’autocontraddizione, la morte e tutti i colori della tavolozza umana, ma sono ben lontani da ripiegamenti narcisistici o dall’uzzolo di analizzarsi ad ogni piè sospinto, in cerca di cause o complessi o traumi retrostanti una loro preferenza o un loro pensiero. Sono personaggi animati, con un’anima cioè, ricchi di vitalità e di una sapienza elementare che sa riconoscere Jahwe e insieme la propria forza e vulnerabilità.
Bisognerà aspettare il romanzo – figlio della modernità e dell’acuirsi dell’attenzione sul soggetto – perché l’universo emotivo riceva la debita attenzione.
Da qui la domanda che sottende queste pagine: come avranno guardato a Yehoshua/Gesù suo padre Yosef/Giuseppe, Miriam/Maria la madre, Jochanan/Giovanni il Battista, la peccatrice di Magdala, Yehûdāh /Giuda, Kèfa/Pietro e i parenti di lui? Chi, fra tutti loro, il più solo?
La figura di Gesù che deambula signorile nei vangeli, vien colta nella sua letizia e mestizia, nella sua socievolezza e solitudine: si adira, piange, ha paura, spera, ama, eppure non è mai sentimentale o patetico né, a ben guardare, può vantare una psicologia in senso stretto. Le narrazioni evangeliche infatti non si attardano a descriverne i moti dell’animo e sempre la scrittura lascia attorno al Nazareno un grande respiro.
Questo spazio vuoto intorno alla coscienza gesuanica ha favorito nel corso del tempo numerose e variopinte letture, ciascuna intenta ad affrancare le proprie ragioni: dalle dialettiche alle liberali, da quelle semitiche a quelle psicanalitiche, dalle atee alle devote, dalle politiche alle mistiche, ecc.
Nel suo insieme, tuttavia, l’aura del Nazareno – quella patina di luce che ovunque lo accompagna nei vangeli – rimane ancora, toccante e intoccabile, pregna e inafferrabile, amabile e audace, presente a ciascuno e remota da ognuno.
I sogni di Yosef

Yosef, figlio di un certo Giacobbe della stirpe di Davide, personalità immensa, da sempre rimasta nell’ombra.
Quel tanto che si è detto di lui non è sfuggito al tono melenso ma candido, della vecchia pietà. Non è facile strappare all’usura dell’abitudine una figura a lungo edulcorata, fra quadri a capo letto e verghe fiorite.
Per secoli dimenticato dall’arte figurativa: bisognerà attendere il primo Medioevo per vederlo entrare nelle grandi fila degli avi di Cristo. Soltanto nel 1338 c.a. in Santa Croce a Firenze, T. Gaddi, nel dipingere un ciclo su Maria, ritaglia un intero medaglione e lo dedica al patriarca sovrano, nelle cui mani il nodoso bastone germoglia.
Georges de la Tour, pittore seicentesco, che più di ogni cosa al mondo ha amato nella pittura le notti e la penombra, non poteva che consacrare a Giuseppe il suo primo monocromo. Lo ritrae chino, nel tepore del suo minuscolo laboratorio – del tutto dimentico di colui che lo osserva –, piegato su di una legnosa trave che, sotto le sue mani laboriose, cresce nella foggia di una croce.
L’immaginario artistico lentamente convoca Giuseppe nelle icone della Natività o in quelle amene del riposo in Egitto, ritraendolo però sempre un tantino più indietro alla sua sposa – inscritta invece in un cerchio di luce – mentre lui, malinconico e ligio, riposa in un cono d’ombra.
La storia di Yosef, incastonata fra le sponde di una vita ancor oggi nascosta, rievoca peripezie al rovescio di un monarca decaduto. Con levità egli fa il suo ingresso nel vangelo e altrettanto lievemente ne esce.
Giovane ebreo di Nazareth, terra di nessuno, ce lo figuriamo muoversi, con sovrana calma, nella quiete della sua bottega da artigiano, dove taglia spiana intarsia e leviga già da molte stagioni, fra profumi di resine e nuvole di truccioli e quel piacevole crepitìo della legna sotto la pentola. Non è un debole lui: sa fidarsi delle sue mani meticolose e dei loro sempre nuovi miracoli.
Gli occhi pensosi e calmi di Yosef hanno visto molto, e la sua bocca imparato a tacere, alla maniera di quei saggi bottegai che – rarissimi oggi – si trovano ancora in qualche paese.
La sua naturale sapienza s’è irrobustita nel commercio della vita: gli basta una rapidissima occhiata oramai per indovinare, dietro sbrigative commissioni, quella lamentevolezza di un popolo oppresso da uomini di torve leggi. Eppure mai, quest’uomo giusto, ha ceduto all’indiscrezione, legato da una segreta comunione con le attese di Israele.
Nel morbido silenzio della sua bottega, lasciati cadere gli arnesi del suo artigianato, Yosef apprende ad ascoltare di lontano gli ansiti del suo popolo e ad intrecciarli con le promesse di Jahwe.
Ad averne visto il volto, in questi immobili frangenti, lo avremmo saputo incline ad intensa gravità, quanto quella di un monarca a cui siano affidate le sorti del mondo – ma poi, con un gesto mondo e solenne, licenziava quei sussulti di una fu nobiltà.
Da qualche giorno questa solida solitudine vien rotta da un dolce e impalpabile pensiero: Miriam.
L’aria intorno a lei, di sovrana leggerezza, con la quale ella chiese e si congedò, in quel meriggio nella bottega di Nazareth, non riusciva più a lasciarlo. Mai prima di allora aveva subìto una grazia così fascinosa: quella irrealizzabile alchimia fra leggerezza, soavità, vitalità e noncuranza, che la fanciulla di Nazareth irradiava intorno.
Come la vita, dietro il tratto delicato e silenzioso di piccole coincidenze, disegna e rivela la geometria di un destino, così dopo quel primo sguardo l’affinità fra di loro fu presto risaputa in tutto il paese: non c’era donna più indicata per Yosef, non c’era sposo più conveniente per Miriam. La promessa di matrimonio, nel rigore del diritto ebraico, fu atto pubblico e irrevocabile, e da allora ella poté chiamarlo “marito”.
Chi avrebbe pensato che fra quella frotta di popolo accorsa per l’occasione, tra donne velate e barbe dai profili caprini, qualcuno più in alto stesse seguendo l’armonico intreccio di questi due giovani amanti? Così prima che andassero a vivere insieme, Miriam si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Scandalo! Scandalo, che grida vendetta secondo la legge, ma non secondo lui.
Caldi fiotti di lacrime, invano, scendono a placare il rovente di un sogno infranto. Eppure Yosef non può credere sino in fondo al tradimento della sua sposa: il suo sguardo così limpido e innocente, privo di qualunque riguardo per sé, non può saper mentire. Tanto più che Miriam continua a parlargli di incursioni di angeli, nella sua casa, di una ambasciata di Jahwe in persona, di una celeste ombra che l’aveva coperta… ma tutto, in quello stato, non è per lui altro che brusio e accresce il formicolio della sua confusione.
La sua bottega adesso gli sembra l’unico mondo possibile.
«Come consegnare alla legge di Mosè la purezza dei suoi occhi? Chi abita allora quelle viscere ingravidabili? Qual è il mio ruolo in questa storia? Adonai, perché?».
Un andirivieni di pensieri iniziano a mulinargli in testa in una ridda confusa e – per quell’unica scappatoia comune a chi molto soffre – lo portano con sé in una pesantezza molto simile al sonno.
Essa, come un fiume carsico assai promettente, cullandolo, lo conduce in un regno sommerso, nello spazio ampio e diradato dove angeli si danno convegno, dove ancora zampillano barlumi inattesi: «Yosef, figlio del re Davide, non temere di prendere con te Miriam, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio, e proprio tu gli darai nome Yehoshua: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Dio ama far conoscere i suoi disegni nel sogno – da sempre figura del destino –, in quel regno cioè dove ogni resistenza è allentata, dove per un momento persino la più ruvida durezza diviene malleabile e l’uomo non più padrone in casa propria, leggero per l’ineffabile.
Per questo Yosef, maestro di notti e silenzi, continuerà a ricevere oniriche rivelazioni. Questa infatti è la sua prima inafferrabile visione, ma non l’ultima. Ad esse deve davvero molto: «Alzati! Prendi Miriam, Yehoshua, la lucerna e l’asino e và in Egitto, perché Erode cerca il piccolo per ucciderlo!». E, dopo un lungo viaggio, un altro messaggero notturno lo chiamerà al rientro.
A ben guardare, sono proprio questi sogni ad aver salvato il giovane artigiano di Nazareth dalla tendenza a chiudersi sdegnoso nei propri progetti infranti; sono essi ad averlo sottratto al rischio di murarsi vivo nella propria bottega, unico possibile recinto all’infelicità.
I sogni di Jahwe hanno rivelato a Yosef quale segreto covasse dietro la sua discendenza regale – a lungo dimenticata –, lo hanno investito di un ruolo ad altri irraggiungibile: farsi custode di lei come di un giardino sigillato, e del figlio suo, come di una vigna affidata alle sue cure.
È lui uomo solitario per eccellenza, ma di una solitudine abitata, come in quei segmenti luminosi che hanno trapuntato le sue notti, frenando l’invasione delle tenebre.
La linea della sua esistenza avanza, per una splendida catena di illuminazioni, in una graduale iniziazione al proprio esser solo: le sue mani che carezzavano legno e cuoio, hanno dovuto imparare a non fare altro per tutta la vita; la sua voce, sicura e sensibile, si è astenuta dal parlare, nell’esercizio di un eterno silenzio: a chi avrebbe potuto raccontare la sua storia, l’iniziale tormento ribaltatosi poi in quell’intimo segreto, che era tutta la sua gioia? E a chi altri, se non a Miriam in quelle sere davanti al focolare, avrebbe potuto confidare le attese e i timori per quel loro figlio – ridestate di recente dalle parole del vecchio Simeone –?
Ed ella sempre tornava a ripetergli le promesse di un tempo, fatte da Gabriele: «non temere… sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo». E lui: «si, ..non temere».
L’evangelista Luca, prima di affidare definitivamente all’ombra il nostro Yosef, narra l’episodio dello smarrimento di Yehoshua dodicenne, rimasto ad ammaestrare i dottori del Tempio.
Quale effetto avrà sortito sull’animo del giovane capofamiglia, la risposta del figlioletto alle parole di Miriam, dopo il suo ritrovamento: «Figlio, perché ci ha fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli a loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?».
Yehoshua, per Israele, ha raggiunto la maggiore età, intuisce e confessa, al cospetto di Yosef, di aver Dio per Padre: come ad esibirgli il permesso di congedo da quel ruolo paterno mantenuto fino ad allora. Tant’è vero che il putativo genitore, d’ora in poi, sparirà dalla scena e di lui i vangeli non faranno più menzione.
Poco importa se – come afferma una certa tradizione – egli sia morto prima che Yehoshua iniziasse il suo annuncio pubblico. Conta piuttosto che Yosef, gigante dell’incuranza di sé, emerga come genio di una solitudine fiera e umile, affatto risentita, capace persino di rinunciare ai propri diritti, perché Dio glielo ha chiesto, attento ai richiami di suo figlio, come un tempo lo fu ai sogni di Jahwe.
La sua è una figura realmente immensa, perché in realtà non ci vuole molta forza per esibirsi, ma ne occorre molta per ritrarsi. E lui, fino ad oggi, è all’altezza di una così grande discrezione – come forse gli è congeniale.
E non sarà un caso che tutti in Israele, riconoscendo Yehoshua, dicessero: «non è egli il figlio di Yosef, il falegname?».
Miriam, la madre

Essere madre del Meshìah: bel vanto, ma non per lei. Dai tempi dell’Eden, ignara, l’intera umanità anelava la sua giovinezza mattinale, ed ella venne, folata frizzante d’aria fresca sul destino del mondo.
L’anima incantevole di Miriam desta echi di un altrove: la sua grazia femminile e materna, il suo dire meditare tacere – luce incontaminata che raggia da una donna dimentica della sua dignità.
Nata senza peccato – quel velo di insostenibile malizia che appesantisce tutto. Lieve, come chi si fida dell’Eterno: impossibile per uno come Yosef non innamorarsi di lei.
Jahwe in persona ha subìto l’incanto di uno sguardo così: dolce e doloroso insieme, come quello di una zingara; più innocente, perché incapace di guardare a se stesso. E se per un istante i suoi occhi nerissimi potessimo sentirceli addosso, ci strapperebbero d’un colpo dal nostro piccolo io.
Ci sarebbe mortale capace di reggere ad un suo sorriso, che più sale «per le scale de l’etterno palazzo più s’accende» – se già Dante, in cielo, temé di non poter reggere al riso di Beatrice?
Non che Miriam non abbia conosciuto l’allegrezza e l’esultanza, la danza e il canto – come in quel giorno del Magnificat –, ma la sua grandezza forse è altrove.
Tutto era pronto. L’amato del suo cuore, che da intere stagioni la carezzava nei sogni, era suo dichiarato marito. Fra non molto sarebbero andati a vivere insieme.
Ci sono istanti in una vita leggerissimi, in cui le cose – vinta la loro gravità – sembrano librarsi, l’involucro del corpo si schiude e il canto fluttua come tua unica voce. In quei frangenti indecifrabili, senti di non sapere donde venga tutto ciò, né dove vada.
Miriam ne divina invece un omaggio di Adonai. E questo ingenuo amore per Yosef aggiunse alla sua sì grande purezza un tale sovrappiù, che gli argini già gonfi quasi scoppiavano: Jahwe non poté tirarsi indietro.
Un anima tanto affine ai gusti di Dio, – inviolata dal male, come anche dal bene capace di fare –, non poté che ispirare come mai la celeste pietà.
Una pausa interstellare, l’annuncio di Gabriele: «Salve, piena di grazia… Non temere, concepirai un figlio a Dio, Yehoshua»; un candido sussulto il suo turbamento: «com’è possibile, non conosco uomo?». E il segno celeste: «Nulla è impossibile a Dio! Anche il grembo sterile di tua cugina Elisabetta, è abitato per virtù di Jahwe!».
Adombrata da quell’alito, che già soffiò la creazione, ella allora rispose: «fiat!» e lì Yehoshua venne al mondo. E l’angelo vaporò.
«Se non sei pronta alla solitudine, non sposarti!» – le disse, asciutta, una vecchia grinzosa all’uscita dalla sinagoga.
Ed ora – in uno di quei guizzi analogici, che ogni mente ben sa – riecheggiò quella garrula voce, ma allora era intatta bambina.
Fanciulla fin troppo giovane, lei, e già ritenuta all’altezza della sua maternità.
Inizia la grande avventura della Santa Famiglia, fra incomprensioni e pettegolezzi popolari, tra rifiuti e persecuzioni, segni celesti e nenie di pastori, creature alate e monarchi d’Oltregiordano. Un inizio così chiaro eppur così poco leggibile, un tessuto che sì sta crescendo, ma nella guisa di un tappeto al rovescio.
Miriam, linda patrona di pensieri in bilico e avvocata di sentimenti misti: non sa se gioire o invocare, se credere ai profumi d’incenso e alla mirra di Persia o all’acre afrore di quella stalla, se fermarsi ad ascoltare il brusio degli angeli o lasciarsi vincere dal belare degli ovini. L’unica certezza, il suo bambino. O forse, no.
Chi stringe fra le braccia questa donna? Nemmeno lei lo sa. «Sei forse, uomo? Eppure sei germinato da altrove. Sei Dio? Ma sei nato da me. Che farò dunque: potrò coccolarti come ogni madre o dovrò onorarti come un serva?». Meditava Miriam: ordiva fra loro pezzi sparsi e frastagliati di una forse maggiore verità.
Epperò l’impresa più grande della benedetta fra tutte le madri non fu né la fuga in Egitto in groppa all’asinello, né il parto di fortuna in una stalla, quanto l’assistere al lento emergere dell’uomo Yehoshua, di cui – strano e dolce sentimento – lei stessa si scopriva figlia.
All’ombra di sicomori vicino al pozzo, quante confidenze fra le donne di paese, le facevano presagire l’inedito di quel figliolo, e quante volte ella stessa stupiva di certi alati pensieri con cui Yehoshua, teneramente, la sfiorava. E le salivano in animo le passate parole del vecchio Simeone, che già le suonarono profezia –: «Ecco egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione affinché siano svelati i segreti di molti cuori e a te, Miriam, una spada trafiggerà l’anima».
Yosef solo, allora, la capì: siderale lontananza della sua femminilità – senza peccato; nuova solitudine l’esser madre di Dio, virgo genitrix. Ma questi soltanto i primi invisibile anelli di una lenta e crescente catena.
Se tra ogni madre e il suo bambino c’è un legame ineffabile di discordante consonanza, fra Miriam e Yehoshua c’è molto di più. Ciò che riguarda Yehoshua, riguarda pure Lei, ciò che segnerà il destino del Figlio, colpirà la sorte della madre.
Miriam ha seguito passo passo il lungo itinerario del Cristo, ma non come una chioccia che non voglia lasciare il suo piccolo, né con quel segreto possesso di mamme che vogliano dirigere la vita altrui.
Figlia del suo figlio, è stata la prima a credergli, a fidarsi di quel suo correre al di là di ogni interesse famigliare.
Umile robustezza del credere, di reggere ai “no” di Dio – altro dal tutto comprendere.
Come quel «non sapevate?» di lui dodicenne, dopo tanto trafelare dei suoi genitori o come quando – anni dopo – invitati entrambi a nozze, ella sussurrò sospirando il prodigio: «non hanno più vino..», e Lui: «Donna, che ho da fare con te?».
Ancora, in quel meriggio di ressa intorno al suo Figlio mentre questi dentro predicava, ella chiese ad uno, che entrò e disse: «Rabbì, tua madre e i tuoi sono fuori che vogliono parlarti». E lui: «Chi è mia madre..?». E allargando le braccia verso i discepoli: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli: coloro che fanno la volontà del Padre mio che è nei cieli».
Lei così – pur segretamente lodata – anche allora restò fuori, e quella lama fredda e sottile, sempre più profondamente, scendeva a reciderle l’anima. Da Nazareth in Egitto, da Betlemme a Cana fin sotto la croce Miriam è gestante silenziosa pietà.
Era a Gerusalemme nei giorni della passione, ha udito la folla osannante e spergiura, ha visto tutto, lei. Dio le chiese di privarsi ancora, per l’ultima volta, di colui che era tutta la sua vita, di immolare quel figlio da lui stesso affidatole – come un tempo Abramo, Isacco. E, ora come non mai, intatto rimase il suo fiat.
Nessuno ha osato porgerci – se mai ci fossero state – parole di Miriam sul Golgota. Nessuno ha osato violare, con suoni umani, le sue labbra di puro dolore. E Cristo, dall’alto del legno, volgendosi a lei e a Giovanni, ruppe il silenzio: «Donna, ecco il tuo figlio! Figlio, ecco tua madre».
Quali estreme confidenze si sarebbe aspettata Miriam dal suo figlio morente? Forse, un ultima volta sentirsi chiamare madre?
Impara la madre, sotto la croce, chi sia il suo Figlio, quale Dio dolente in realtà si celi dentro piaghe innocenti.
Yehoshua l’ha affidata a Giovanni e ai discepoli dispersi, o forse in realtà, fino ad oggi, a Lei ognuno è stato affidato.
Eppure spera Miriam, spera contro ogni speranza; crede Miriam, di una fede dura e pura come diamante. Salendo sul Calvario insieme al figlio, ella scende nel fondo di quel suo primo fiat, nell’abisso cristallino della propria solitudine, che l’ha presa oltre ogni sentire: sette parole del figlio in croce, sette spade in un petto di madre.
S’abbandona in braccio a lei, finalmente, il figlio, non più lì però, ormai duellante nel nero fondo, ingoiato dalla morte come un tempo Giona dal famelico cetaceo.
Dopo ogni notte più cupa e violacea, le perle di rugiada in segreto fioriscono e dopo un tempo van via, così di prima dell’alba il Cristo risorse e, per un tanto, si mostrò. Il Vangelo però non dice se egli sia apparso a Miriam. E ne capiamo forse il perché.
Se già il sentire di ogni madre, libero e fatale, si sa incline a sapere del figlio anche se questi è distante, quanto più veggente e intuitivo il cuore di lei.
Vegliava forse rannicchiata in basso, esplorando di continuo la finestra, orante il suo antico Gabriele? O vinta dal duolo si lasciò cadere nel sonno, invocando Yosef e i sogni di lui? Forse si alzò disadorna quel mattino, per prender l’acqua al pozzo, in un ora di certa solitudine o indugiava sola nell’andito del portone, non sapendo se e dove andare.
Improvviso un gemito, alzarsi in boccio dal creato, un volo sul filo della realtà: gigli sicomori ciotoli volatili onde rovi insetti fichi ulivi tutti giubilanti, e fu come un istante, le sfiorò il petto, trasalì la madre: è vivo! Lo vide.
Deliziosa confortevolezza, amica del dolore, rese Miriam luminosa, sottilissima, quasi alata ora. E si capisce com’è che sia stata assunta in cielo lei, viandante dietro il Figlio, valicando con lui per l’ultima volta il crinale fra il tempo e l’Eterno.
Jochanan, detto il Battista

L’aurora schiude le palpebre sul deserto del Giordano. Sbuca da un antro sabbioso il grande penitenziere, come un leone dal covo che saluti il sole nascente.
Allunga in alto le braccia tozze, scrollandosi di dosso l’intorpidimento notturno. Un altro giorno a servizio di Jahwe!
Nato sui monti della Giudea, come fiore selvaggio sbocciato nell’arido grembo di una vecchia, Jochanan già prima di uscire alla luce profetò.
La sua mirabile nascita fu il pegno che Gabriele, l’Arcangelo, diede a Miriam di Nazareth, ed ella gravida – novella Arca di Adonai – s’incamminò per le alture di Giudea verso la casa dell’anziana cugina, per saggiare la verità di quel sesto mese di attesa, presagito dal Cielo.
Giunta, bussò alla porta: «Schalom, Elisabetta!».
Appena la voce di Miriam giunse alle orecchie di quella, entrò giù giù nelle sue profondità sicché il piccolo Jochanan, uditala anch’egli, sobbalzò di gioia nelle viscere, danzando la profezia: prima voce a cantare Yehoshua nel deserto di quel grembo, prima voce ad annunciarlo fra le sabbie del Giordano.
«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo, Miriam! A che debbo che la madre del mio Signore, venga a me?».
Ed ella allora stupita e confortata da quelle parole, sciolse la lingua in una canto d’esultanza: «Benedetto sia Adonai, che ha magnificato l’umiltà della sua serva!».
Miriam rimase con Elisabetta circa tre mesi: il tempo di vedere in fasce quella tenera profezia. Poi tornò a casa sua.
I vangeli affidano a Giovanni il Battista, cugino di Yehoshua, lo spazio di confine fra l’Antico e il Nuovo Testamento. Lo dipingono come l’ultimo esemplare degli antichi nazirei: fronte bruciata dal sole – come uno che abbia esplorato a lungo steppe e deserti –, il volto incorniciato da una folta barba intonsa e da lunghi e ispidi capelli; aveva attorno agli occhi cornei una piega quasi ironica; indosso una veste rozza, tagliata da pelli di cammello, tenuta intorno ai fianchi con una cintura di cuoio; corporatura forte la sua, ma d’estrema magrezza, nutrita di locuste, cavallette e miele selvatico.
La figura di Jochanan scivola misteriosa fra palme e recessi calcarei, nella regione di Giordano, sempre pronto a scagliarsi con voce roboante contro i giochi di palazzo e gli intrighi di sacrestia.
Nel silenzio siderale del deserto, i discorsi tonitruanti del Battista sferzano con veemenza il popolo degli uditori. Gente spicciola, ma anche soldati, pubblicani, farisei venivano invitati, col battesimo, a darsi ad un’etica frugale nel timore di Jahwe.
Le sue brusche uscite, come roventi carboni biblici, suonavano sovente minacciose: «Razza di vipere! Chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate opere di conversione, perché la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, presto sarà reciso e buttato nel fuoco!».
Un così severo predicatore della morale e dei costumi, non poteva passare sotto silenzio le scelleratezze del tetrarca in carica, allegramente regnante, né il decadentismo dei personaggi femminili della sua corte. Non perdeva infatti occasione per ringhiare contro il matrimonio di Erode Antipa con la cognata Erodiade, moglie di suo fratello Filippo – immorale per le leggi di Israele.
Così a corte, la morganatica moglie, biasimava la calma di Erode davanti a quel tipo malvestito e pungente, davanti a quel Jochanan, pericoloso sobillatore del popolo.
Così la fama di quest’uomo di sabbia – impavido e incandescente, come gli antichi profeti, incline ad esplorare la faccia velata delle cose e ad acutizzare tutti gli angoli della religione – si diffuse rapidamente lungo strade e mercati, per atri e caseggiati, fra valli e campi, e giunse dunque persino alle orecchie dell’elite.
«Che non sia un segno degli dèi?» – si domandava perplesso Antipa. Incuriosito da quel rude eremita, più volte il sovrano l’aveva fatto chiamare per ascoltarlo e sottoporgli vaticini. E senza mezzi termini Giovanni, franco e ruvido, ritornava a suonargli in faccia l’avvertimento.
Da parte sua Erode, abbruttito dalla vita e angosciato dall’ansia di reggere al fragile assetto del suo feudo inospitale, serbava una certa simpatia per l’antipatico profeta e stranamente lo ascoltava volentieri.
«Che non sia lui il Messia atteso?» – si domandava entusiasta il popolo.
«Ascoltate gente – esordì brusco il Battista – io vi battezzo con acqua. Ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno neppure di sciogliere il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà con lo stesso Spirito di Dio e col fuoco! Egli ha in mano il rastrello per raspare e ripulire la sua aia e raccogliere il frumento nel granaio. Ma guai alla pula, sarà bruciata nel fuoco inestinguibile!».
Un mattino a Ennòn, vicino Selìm, dove il Battezzatore di solito operava a causa dell’abbondanza d’acqua in quella regione, a fare la fila insieme agli altri neofiti si presentò Yehoshua in persona.
C’era tanta gente assiepata lì quel giorno: sciami di uomini e donne velate, al riparo dal sole d’Oriente, piccoli e vecchi rintanati nella poca frescura alle sponde del fiume.
Torreggiante in mezzo alla corrente: «Convertiti! Il Regno di Adonai è vicino!» – gridava solennemente il Battista, e giù sott’acqua spingeva il capo del penitente.
Quest’unica litania, a cadenza regolare, risuonava già da molto tempo. Avanti il prossimo! «Convertiti! Il Regno di Adonai è vicino!» e di nuovo l’immersione.
Venne il turno di Yehoshua.
Appena lo vide entrare nel fiume, Giovanni gli si fece incontro, e inginocchiandosi frettolosamente nell’acqua: «Oh, Yehoshua, tu vieni da me? Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te!».
Grande stupore prese allora la folla dinanzi a quel gesto: «Chi è questo giovane nazareno, dinanzi al quale persino il profeta si prostra?».
Yehoshua, rivolgendosi al cugino, con voce tanto pacata da non consentire a nessuno d’intenderla, rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene adempiere ogni antica giustizia».
S’alzò l’uno, s’inginocchio l’altro: «Convertiti! Il Regno di Adonai è vicino!», e il tuffo di rito nell’acqua.
Appena riemerso dall’abisso, i cieli aperti a sipario e una luce librarsi e fluttuare come colomba sul filo della realtà, e rimanere sul capo di Yehoshua. «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» – esordì la voce dai cieli.
Qualcuno dei presenti disse di aver visto soltanto la luce, ad altri parve di udire solo una voce, altri ancora non videro né l’una né l’altra, ma furono impressionati dalle parole dell’uomo di Dio davanti a quel Nazareno: sta di fatto che, qualche girono dopo, lo stesso Yehoshua iniziò a battezzare, un po’ più in là dove il fiume volge a gomito.
Alcuni discepoli di Giovanni, accortisi della concorrenza avviata da quel forestiero, corsero da lui spifferando: «Rabbì, Rabbì, colui che era qui con te l’altro giorno, e al quale tu ha reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti corrono da lui!».
Ed egli a loro: «Ve l’ho detto: non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato dinanzi a lui. È lui lo Sposo, a cui spetta possedere la sposa sua; io invece sono l’amico dello sposo. Comprendete? Com’è usanza nella prima notte di nozze, l’amico deve origliare oltre il velo del talamo, per riferire poi con gioia a tutti l’avvenuta unione, così adesso io gioisco perché lo Sposo è venuto. Lui deve crescere, io diminuire».
A corte intanto si celebrava un grande banchetto. Era il compleanno di Erode Antipa. Cifre da capogiro erano state spese per addobbare il palazzo e un tripudio di profumi attraversava le sale. Ogni capriccio del Sire era stato esaudito in materia di vini pregiati, di cibi esotici, di musica e danze. Tutta la corte della Galilea, i grandi notabili, gli indovini, gli ufficiali di cavalleria avevano preso parte ai festeggiamenti. Il lauto convito andava avanti da ore e già non pochi fiaschi di vino erano stati trangugiati.
D’un tratto entra il pezzo forte della serata: la giovane e sinuosa Salomé, figlia di Erodiade. La ninfa volteggiò una danza così ben misurata e morbida da ammansire magicamente il re e tutti i commensali.
«Avete visto signori?» – esordì Erode – «La ragazza è degna di sua madre. Donna, meriti un premio. Chiedimi qualsiasi cosa e, sul mio nome, te la darò!».
La ragazza – che in verità non aveva gran concetto di sé, né il coraggio dei propri desideri e che a corte svolgeva solo una funzione decorativa – si inchinò con grazia davanti al Sire e subito sgusciò via, verso l’egemone madre: «Cosa devo chiedere?» – le disse. E quella, infocata di risentimento, le impose: «La testa di Jochanan il Battezzatore!». Salomé allora – che forse altro avrebbe desiderato – chiese al fine ad Erode di arrestare Giovanni e di farlo decapitare.
Un colpo improvviso picchiò dentro l’animo del monarca: «Cosa?» disse, fissando gli occhi opachi e senza luce della fanciulla.
«La testa di Jochanan il Battezzatore!» – rispose Salomé, scimmiottando il tono di sua madre.
Si increspò con un solco profondo il volto di Antipa, e quel giorno aggiunse un’altra linea alla mappa di rughe del suo volto.
«Guardie, braccate e arrestate il Battista» – ordinò con falsa durezza alle truppe. Tutti tacevano.
Nelle segrete della fortezza di Acheronte, come rapace in gabbia, Giovanni sciorinava il rosario delle antiche profezie, i racconti di sua madre, il battesimo di Yehoshua. Epperò un minuscolo dubbio iniziava a rosicchiargli dentro, come un tarlo: «Adonai, ma è Yehoshua il Messiah tanto atteso, o dobbiamo aspettarne un altro?».
Battiti d’ala emotivi, entro quelle sbarre, sbatacchiavano la solitudine del carcerario profeta. Gli saliva in petto una paura, non tanto per la morte imminente, quanto per aver forse sbagliato nell’intendere il Messia. Lo stile di Yehoshua, così diverso dal suo, lasciava Jochanan un tantino interdetto. Non era certo l’immagine che egli s’era fatto del Liberatore di Israele! Cosa fare allora?
Prima che scoccasse il giorno dell’esecuzione, attraverso un pertugio che dalla cella dava all’esterno, Giovanni confidò il suo dubbio ad Apollo e ad un altro, suoi discepoli, e li mandò a chiedere a Yehoshua: «Sei proprio tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Il Rabbì, all’ambasceria dei due, rispose: «Andate a rincuorare Jochanan! Raccontategli ciò che vedete! Come ha predetto Isaia: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato colui che non si scandalizza di me».
Grande fu la gioia del Battista a questa notizia: finalmente sbocciavano le profezie! E il guizzo d’esultanza che un tempo lo afferrò, quando era ancora nel grembo, nuovamente lo spinse alla danza.
Decapitato Giovanni, la fama di Yehoshua iniziò a diffondersi precipitosamente in quelle regioni.
Sembra che Erode, dopo la morte del Battista, si sia ammalato di un’inspiegabile e grigia tristezza, che di notte gli impediva persino di dormire. Invano, a corte, medici e magi avevano invocato influssi stellari e prescritto tisane aromatiche. Qualcosa di invincibile in lui frenava il sonno.
E così quando un mattino, dopo l’ennesima notte di veglia, giunse voce alla reggia di un certo nazareno di nome Yehoshua, considerato dal popolo novello profeta e taumaturgo, il tetrarca, ormai fuori di sé, prese a girare febbricitante per il palazzo, ansimando: «Quel Jochanan che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
Yehûdāh , l’amico

Avevano passeggiato a lungo quella sera, loro due soli, per uno di quei viottoli che si snodano, inoltrandosi furtivamente fra i fianchi tortili di ulivi secolari. E tornavano per quel sentiero stretto stretto, l’uno accanto all’altro, finché giunsero all’uscio fissato.
Chissà cosa si saranno detti lungo il cammino: il segreto del loro colloquio resterà sigillato per sempre.
L’entusiasmo di Yehûdāh per Yehoshua si era fatto febbrile, dopo gli ultimi osanna e le vie tappezzate di palme e mantelli, con cui ieri la folla lo aveva accolto al suo ingresso in Città. Persino le milizie romane rimasero inermi davanti a tanto tripudio. Non gli pareva vero. L’oracolo di Zaccaria, profeta, si stava realizzando!
E con quale tono in quel colloquio il Rabbì gli si sarà rivolto, forse per sbrogliare gli equivoci e destare colui che, di lì a poco e per sempre, sarà chiamato: il traditore?
Ed egli bussò. Salirono al piano superiore, dove gli altri li attendevano, in una grande sala addobbata a festa.
Si portavano addosso ancora l’umido odore del muschio, e quel profumo di polline che a primavera vapora ovunque. Il maestro al centro, mentre i dodici a gambe conserte a fargli corona.
Kèfa annuì, i rotoli dei salmi e le vivande: tutto era pronto. Di lì a poco avrebbero consumato gli azzimi, erbe amare, agnello e calici di vino: la cena di pèsah.
Come al tempo dei faraoni un demone sfilava dietro gli usci delle case e, vedendo il sangue sacrificale sugli stipi delle porte, passava oltre gli alloggi, così fra poco il Male non avrebbe tardato a passare anche dal loro cenacolo.
Yehoshua ruppe il silenzio: «uno di voi mi tradirà!» – le fiamme delle lucerne intimidirono. Un denso silenzio piombò nella sala.
L’atmosfera semplice e solenne del momento, di colpo scivolò in bisbiglio generale, come un trambusto di inattese esclamazioni. Nessuno dei commensali capì la sentenza, il solo ad intenderla fu l’Iscariota.
Il Rabbi allora, presa la coppa del vino e un pane, proferì parole inaudite: «questo è il mio corpo»,«questo è il mio sangue, per voi».
Né Kèfa né gli altri sapevano più cosa rispondere. A nulla servivano i rituali appresi, trasmessi di padre in figlio da intere generazioni. Questa pasqua si annunciava diversa da tutte le altre.
In un’impennata di curiosità, Kèfa ammiccò con segni cifrati al più giovane fra loro, che sedeva alla destra del Rabbi, e questi reclinando il suo volto sul petto del maestro, teneramente sussurrò: «Signore, chi è colui che ti tradisce?».
Nel cerchio dei volti, divampò la faccia di Yehûdāh , figlio di Simone.
Con somma disinvoltura e gravità, Yehoshua intinse dal centro un boccone e lo portò adagio alle labbra dell’Iscariota. Ed egli deglutì.
Quel morso di cibo, cosi candidamente offertogli, lo scosse in un’interna esplosione: nessun fiele avrebbe potuto uguagliare l’amarezza di quel tozzo di pane.
Lo vide negli occhi, Yehoshua, e concluse: «Quello che devi fare allora, fallo presto».
Vinto da una fretta nervosa Yehûdāh si alzò e, scendendo a perdifiato le scale, abbandonò per sempre la casa.
Limpidi erano alla vista del Nazareno i cuori degli uomini, e pur senza sapere quali fossero le macchinazioni e gli intrighi del traditore, Yehoshua indovinò tutto. Non così i discepoli però. Nessuno di essi intese il profilo tragico di quei gesti, sotto il cui velo si nascondeva la risposta cifrata alla domanda del giovane Giovanni.
Yehûdāh, uscito dalle mura della città, impazzava giù per il pendio verso il frantoio degli olii. Nel silenzio abbuiato di quella notte, l’unico suono a fargli compagnia era il salterellare delle monete nel sacchetto legato alla cintura, sotto la veste.
Gli avevano dato trenta pezzi d’argento, purché egli facesse la spia, consegnandolo nelle mani del Tempio e dell’Impero.
Ma in realtà non fu il baratto a sedurlo – tanto più che egli, fra i dodici, gestiva la cassa e avrebbe potuto sottrarre quanto voleva. Quel Rabbi, in verità, lo aveva stregato.
Non parlava come gli altri maestri itineranti che affollavano le vie di Israele, né come i sempre nuovi messia dalle false e bizzarre garanzie. Sulle labbra di Yehoshua la Torah rifioriva in bellezza. Egli veniva di certo da una altro mondo, vedeva le cose diversamente e ognuno restava persuaso dalla sua legge.
Era già ad un tiro di schioppo dalla meta prefissa, quando gli tornarono in mente i molti discorsi e miracoli di Yehoshua: quelle dodici ceste avanzate dopo aver sfamato migliaia, i ciechi storpi zoppi e lebbrosi sanati, le parabole di un Regno diverso, le profezie di liberazione e le promesse di un popolo nuovo. E poi quel suo ultimo ingresso a Jerusalem, l’altro giorno, in groppa ad un asinello come dice Zaccaria: era giunto il Meshìah liberatore!
Non poteva più aspettare, i pensieri s’eran fatti ossessione. Voleva sfondare il diaframma che separava le profezie dalla realtà, affrettare quell’ora solenne da secoli annunciata, l’ora di Israele, l’ora della resa dei conti contro i pagani invasori.
Sedotto dalle malìe del potere, Yehûdāh pensava di poter modificare sotto i colpi della violenza i piani e i tempi di Yehoshua, e in lui di Adonai.
Sapeva che il Rabbi si sarebbe recato, come al solito, sul monte degli ulivi. E così fu anche quella notte. Nascosto in agguato fra le fitte fronde degli alberi, lo vedeva in lontananza, più volte piegarsi in terra e pregare. Il suo volto nella notte sapeva di un pallore quasi lunare. Di soppiatto Yehûdāh scappò.
Intanto Yehoshua, risollevatosi da terra, tornò dai suoi che là dormivano.
«Non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?», ma non fece in tempo ad ascoltare la loro risposta, che un vociare di gente e un formicolio di torce, spade e bastoni li circondarono tutti.
Primo fra gli altri, scortato da un distaccamento di soldati, c’era lui. Yehoshua si avvicinò. Erano di fronte, testa a testa, e con voce diafana e leggera: «Yehûdāh , amico..», gli disse.
Quegli però non intese l’ultimo invito del Maestro, sordo ormai ad ogni voce che non fosse la sua.
Accorciando del tutto la pur breve distanza che li separava, Yehûdāh tocco con le sue le labbra del Rabbi. Confusione generale: fuggirono tutti.
Presero il Giusto, lo processarono, flagellarono e condannarono a morte, fra quella notte e il mattino dopo. Ed Egli, signorile e umile, silenzioso piegato sotto i colpi dei suoi flagellatori.
Yehûdāh attendeva lo scoccare del tempo. Attese, ma non venne.
Non credeva ai suoi occhi, né ai suoi orecchi: «crucifigge crucifigge..».
Il Meshìah in persona non poteva permettere di essere così umiliato, esposto al pubblico ludibrio e perfino condotto alla morte più infame…
«Adonai risveglia la tua potenza! Opera come un tempo in Egitto contro il Faraone e il suo esercito! Perché non lo fai? Perché?».
Mai, prima di allora, l’Iscariota si era sentito così solo.
Tremava di un ansia febbrile. Il suo corpo era come fiaccato da una specie di strappamento interiore.
Abbandonato l’atrio di Pilato, corse dov’erano i capi del popolo per infrangere il greve baratto. Ma essi, ostinati, non vollero. Non vollero. L’ultimo filo a cui era appesa la sua speranza era stato reciso.
Invano aveva venduto l’Innocente.
Disperato, sciolse il sacco con le trenta monete, roventi come il suo fallimento, le scagliò ai piedi degli anziani e scappò.
Un risucchio luciferino trascinava il traditore con sé lontano.
E il terrore – che spinse gli undici alla fuga e che, alle prime luci della Pasqua, prenderà le donne al sepolcro – precipitò il povero Yehûdāh in voragini di tenebra, verso il suicidio.
Non si trovò compagno libero per lenire la sua disperazione, nessuno con cui potesse parlare: tutti erano fuggiti.
Kèfa, la roccia

Dopo aver cantato insieme l’Hallel, al termine di quella cena nella quale Yehûdāh era scappato via senza salutare, Yehoshua si alzò da tavola e fece cenno a tutti di uscire.
Una luna panciuta, ben alta in cielo, era lì a farsi unica lampada lungo il loro pellegrinare.
Tutti sapevano che via avrebbero fatto: prima del calar del sole, spesso i dodici si ritiravano insieme in preghiera vicino al frantoio.
Quella sera però un impalpabile alone sembrava ingrigire tutto. Nessuno fra gli undici osò infrangere il silenzio, che ormai signoreggiava dall’ultimo alleluia.
Camminavano dietro di Lui, per la china che porta al Getzemani. Il passo di Yehoshua era più svelto e deciso che mai. Simone subito dietro, a seguire gli altri.
Improvvisamente il Rabbi si fermò.
Voltatosi verso i suoi – che in pendenza gli sembravano più bassi, a motivo dell’altura che insieme salivano – disse: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Ricordate il profeta: “percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse”. Ma dopo la mia risurrezione vi precederò in Galilea».
Con la rapidità d’un lampo, in un impeto di devota fierezza, prese a dire Simone: «Io non mi scandalizzerò mai di te, anche se tutti ci dovessero abbandonare».
E Yehoshua, guardandolo fisso in volto, con un filo di voce: «In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte, Simone».
«No, Signore, mai sia! Dovessi pure morire per te!» – rimarcò l’altro.
Non era la prima volta, in verità, che il maestro provava a contestarlo. Ma lui era fatto così, impastato di una generosità sanguigna e impulsiva.
Come quel giorno all’aperto, qualche tempo addietro, quando Yehoshua annunciò per sé dolori, sconfitte e persecuzioni, e lui presolo a braccetto, in disparte, gli disse: «Ma no, Signore, non sono cose da dirsi!».
E il Rabbi, scostatosi bruscamente, e attirando l’attenzione di tutti ammonì: «Satana! Tu non pensi secondo il cuore di Dio, tu segui la mente degli uomini».
Quella però fu solo una tappa del lungo apprendistato del vecchio e franco Simone.
Era un uomo robusto, di una altezza perfetta per stare ritto sulla barca senza vacillare. Le sue mani si erano incallite a furia di sollevare le reti e di strofinare coi remi il lago impassibile.
Non aveva studiato granché, eppure esibiva un senso pratico stupefacente. Era un vero intuitivo: una volta indovinò davanti a tutti persino l’identità di Yehoshua!
Le sue doti, in quella piccola sponda del lago di Galilea, gli consentirono di metter su una bella impresa di pesca, a gestione famigliare.
La sua casa sembrava una piazza di paese (non senza i borbottii di sua suocera): spesso gli uomini andavano da lui per commentare le giornate o sperando che, presto o tardi, avrebbe ingaggiato a lavoro almeno qualcuno dei loro figlioli.
Mastro Simone sapeva il fatto suo in materia di pesca. E se ne impettiva.
Nessuno però era ancora riuscito a scovare la dote a lui più cara: la sua terribile curiosità.
Presto di buon mattino, al rientro dalla solita pesca notturna, Simone e Andrea, suo fratello, tiravano sotto costa le barche, guizzanti di un fresco bottino.
A terra intanto i garzoni, legati gli ormeggi, riassettavano le reti e ne ricucivano gli stappi.
Sulla riva del lago passò misterioso un forestiero.
Si fermò, puntandoli fissi negli occhi.
Non sapevano che fare, né cosa dire, finché quello con fare spigliato ruppe il silenzio: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini!».
Grande bonaccia dentro.
Yehoshua aveva fatto breccia nel punto più sensibile di Simone, la sua curiosità. “Pescatori di uomini”: come resistergli? Strappare gli umani dagli abissi profondi del male, dalla morte. Diventare esperti nel portar gli altri alla luce, alla aria fresca, alla vita.
Simone fulmineo saltò giù dalla barca.
Reti, guadagno, garzoni, tetto coniugale… tutto lasciò. E lo seguì, con Andrea dietro a lui.
Come avranno guardato a Simone gli ebrei del posto? E la sua sposa? Non poco rocambolesca sarà apparsa l’uscita del noto impresario.
La notizia, oltre che la sua famiglia, scombussolò quasi del tutto l’economia del paese: le maldicenze pullularono ovunque, per le strade e sotto i tetti, come a bordo dei loro vecchi pescherecci rimasti ormai all’uso di inesperti garzoni, di colpo fattisi padroni.
Per la forte eccitazione, la suocera di Simone s’ammalò, assalita da una febbre feroce.
Ma perché la salvezza iniziasse proprio da lì, ella fu la prima ad essere guarita, da quell’ignoto pescatore venuto da Nazareth.
Arrivarono intanto al Getzemani.
Yehoshua rivolgendosi a Simone, Giacomo e Giovanni, li supplicò di rimanere desti, a vegliare con lui.
Ma come suole accadere in casi così, forse per la cena pasquale o per la fatica della lunga giornata, tutti caddero vittime di un’indomabile torpore.
E Yehûdāh venne.
I soldati afferrarono Yehoshua.
Di soprassalto Simone si scosse: mise mano al fodero ed estrasse la spada… Breve resistenza: erano più forti, armati e numerosi.
Tutti allora, abbandonando là il maestro, fuggirono.
Condussero il prigioniero dinanzi al consesso dei pontefici, degli anziani e degli scribi, per un processo sleale nottetempo.
Simone però, di lontano, non perdeva di vista il suo maestro. Risolse di seguirli fin dentro il cortile del tempio, mischiandosi fra i servi. S’accoccolò vicino al fuoco – ché scemasse il freddo della paura – mentre lì veniva a scaldarsi la giovane serva del sommo sacerdote. Appena lo vide in volto, ne indovinò un galileo: «Eih, anche tu eri col Nazareno!».
«Non so.. non capisco che vuoi dire», negò nervoso Simone, scivolando furtivamente dal suo cantuccio.
E di nuovo un’altra lo riconobbe e più in là un’altro ancora, ma egli sempre di nuovo: «Non lo conosco!».
E in lontananza un gallo cantò.
I soldati intanto uscivano verso il cortile, portando in ceppi l’imputato. Gli occhi di Yehoshua, pescando tra la folla, trovarono subito Simone: sguardi incrociati, a cercarsi da una solitudine all’altra.
Una fitta nell’anima. Allora gli salirono in petto le parole del Signore: «...prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte, Simone».
Lasciò quell’atrio maledetto. Già a metà strada le lacrime gli riempivano gli occhi. E uscito dalle mura, s’abbandonò ad un pianto acerbo e fragoroso, di un dolore di cui, fino ad allora, non aveva avuto il più lontano sospetto.
Quel sembiante d’agnello inerme, condotto al macello, sarebbe rimasto impresso per sempre negli occhi navigati di Simone.
Non fu il gallo, ma fu proprio quello sguardo a rompere la crosta della sua presunzione: egli vide, impaurito e solo, l’abisso della sua povertà.
Sparì per due giorni interi, per vergogna e per timore, non si sa dove.
Prima che il sole tramontasse per la seconda volta sul suo dolore, decise di rientrare a casa, dove forse erano gli altri, e lì l’amarezza divampò.
Stavano seduti in cerchio: Giovanni raccontava con voce sofferta l’evolversi del truce processo, la via crucis, le parole di Yehoshua dall’alto del legno… E tutti lo ascoltavano, addolorati per il Rabbi, molto più umiliati dal coraggio di quel giovane, che solo gli era rimasto vicino.
Presi dal sonno e dalle molte parole, si addormentarono là, senza neanche svestirsi.
Prestissimo bussarono alla porta, era Miriam di Magdala: «Venite! Venite! Hanno portato via il corpo del Signore!».
Simone e Giovanni scattarono.
Gli altri invece, infastiditi da quel trambusto e dalle dicerie di quella donna, pensavano: «A questa chiacchierona, le è dato di volta il cervello!».
A grandi passi trottava Giovanni, contro un vento freddo sferzante; Simone di corsa più dietro, appesantito dall’età e dal rimprovero della donna.
Arrivato per primo, il giovane si chinò verso l’imboccatura del sepolcro: vide per terra le bende, ma non vi entrò.
Giunto anche Simone, subito vi entrò e vide le bende per terra e piegato, in un luogo a parte, il funebre lenzuolo.
Giovanni allora, dietro lui, vide e credette a quel vuoto: il Signore è davvero risorto!
Dopo questi fatti, Yehoshua in persona fece visita ai suoi nel cenacolo, fugando gli ultimi dubbi. Fu grande la gioia al veder vivo il Signore.
Passarono diversi giorni.
Una notte, quando ancora tutti dormivano, Simone fu svegliato di soprasalto: ebbe l’impressione che quel giorno s’annunziasse presago. S’alzò portandosi alla finestra.
Nel silenzio gli parve di udire l’antico richiamo del lago, la pulsazione della vita che fu: «io vado a pescare!» – disse, svegliando tutti.
Tommaso, Natanaele, Giacomo, Giovanni e altri due, ormai svegli, concordarono: «Beh, veniamo anche noi con te».
Armati di lanterne, reti, ami e tinozze, presero il largo.
Il tempo invano passò nel fondo di quel legno gettato in mare, ed era già l’alba, ma vuote le reti.
D’improvviso una voce questuante dalla riva: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?».
«No!», gli risposero.
«Gettate dalla parte destra e troverete!», promise di lontano la sagoma di un uomo.
Colsero la sfida. E come l’ebbero gettata, vibrò un turbinio nel liquido elemento sotto la barca, come un imbuto d’aria a mulinello: le reti di colpo gonfie, incontenibili!
Giovanni allora gridò: «Sì, è il Signore!».
Simone, cintosi i fianchi col camiciotto – perché era spoglio – di scatto si tuffò verso la sponda.
Gli altri con la barca a seguire.
Giunto a riva, vide quell’uomo vicino alla brace, con sopra del pesce e del pane.
«Portate un po’ della pesca che avete colto or ora!», disse Yehoshua.
Simone commosso obbedì.
Nessuno dei presenti osava domandargli «chi sei?», poiché ben lo conoscevano. Yehoshua li fece sedere accanto a sé e offrì loro del pane e del pesce.
Quand’ebbero mangiato, il Maestro s’alzo e chiamò Simone: «Allora Simone, figlio di Giona, mi vuoi bene?».
Rispose: «Oh Signore, tu solo mi conosci, e sai che ti voglio un gran bene».
E Yehoshua a lui: «Simone, d’ora in poi ti chiamerai Kèfa, che vuol dire pietra, perché su di te edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non la vinceranno, mai».
Kèfa, roccia della Chiesa, pegno di Dio ad una umanità generosa e friabile.
Miriam di Magdala,
l’amante

Non faceva mistero di amare la bella vita, Miriam di Magdala. Una bassa e tarchiata fortezza, color della terra, fra recondite insenature del lago di Genesaret, era il suo piccolo universo parallelo, dove tutte le leggi del giudaismo e della Torah venivano magicamente abolite.
Un’atmosfera esotica fluttuava fra quelle mura: l’interno addobbato di sete sontuose, pile di cuscini variopinti, crete di Grecia, tappeti d’oltregiornado, stoffe in filigrana d’oro, mobilia di cedro ed avorio, impreziosita da raffinate suppellettili.
Nell’atrio, abbellito con cascate di fiori e piante mediterranee, troneggiava una vasca ottagonale, degna dei visir d’Egitto, profumata d’erbe odorose, dove le sue nudità parevano tornare al gaudio primevo dell’Eden.
In quel regno, nobilmente stravagante, l’unica legislazione vigente: il desiderio e lo sperpero. Che colpa ne aveva Miriam se suo padre e sua madre, morendo senz’altri parenti, le avevano lasciato ogni avere?
Epperò l’estrema comodità di quella vita, a Magdala, l’aveva indotta in peccato. Ad ogni alba l’unica cosa a darle pensiero era vincere la quotidiana noia. Allora chiamava a raccolta tutte le sue forze, capeggiate da una straripante fantasia, perché si coalizzassero contro la monotonia dei giorni. E così ruppe tutti i tabù, amava senza più scegliere e bandì dalla sua terra ogni rimpianto e scrupolo.
Di una bellezza e audacia mondana, non comune ai tempi, Miriam fu capace di attirare nella sua rete uomini di tutte le estrazioni. Non vi fu nessuno che, sedotto, si mostrò libero dalla soave tirannia della sua reggia. Molte braccia l’avevano avuta, quelle stesse che un giorno alzeranno pietre contro di lei.
Sovrana della seduzione, ben presto guadagnò un’ascendente sensuale e una egemonia grandi quanto la sua spietatezza.
Una vita così, a quel tempo e in quelle terre, era di fatto impossibile quanto intollerabile.
All’ennesimo scambio amoroso fra un fariseo e un’altro, gli otri dell’accondiscendenza scoppiarono.
Con la ferocia di maschi umiliati, assoldarono uomini, si recarono all’alba al castello, sfondarono le porte, la presero di forza strappandola all’ultimo amante, la trascinarono sola fino al tempio.
Non vollero toccarla loro, i farisei, per non contaminarsi e infrangere così la loro vile purità.
Quel mattino, seduto in un angolo del portico di Salomone, Yehoshua predicava ai suoi. Il silenzio intorno a lui e il timbro della sua voce ridava pace al trambusto umano.
Uno strattone e giù ai suoi piedi una donna, con i lunghi capelli scompigliati e roridi di lacrime, colta in flagrante adulterio.
«Allora, che ne dici?», reclamavano i farisei, vibranti d’euforia.
«Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne così!», ammonivano gli scribi. Per chiunque situazione imbarazzante, eccetto che per loro, tronfi di nera purezza.
Miriam intanto, chino il capo, serrate a pugno le mani, pareva sospirare la scure, che tagliasse al più presto il filo di quell’eterno istante.
Yehoshua, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.
E il segreto di quei segni fu presto rubato dal primo tiepido alito di vento, che, passando, carezzò la fronte della donna e corse in alto.
Che il silenzio gridasse così forte, non l’avevano mai appreso prima d’allora quei cattedratici: «Allora, Rabbì?», insistevano stizziti.
Levando appena il capo, tenendo fermo e raccolto il corpo virile: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».
E chinatosi di nuovo scriveva per terra.
Ligia la brezza passò, ed ora un bacio diede alla pallida fronde.
Caddero veli dalle ebbre pupille.
Come umili fili d’erba piegati dal vento, col capo chino sfilarono via, cominciando dai più anziani fino agli ultimi, da chi più grave ne aveva la vergognosa bisaccia.
Sciolta la parata, rimase solo Gesù con la donna là in mezzo.
La Misericordia, caduta ai suoi piedi, amabilmente carezzò con lo sguardo gli occhi di lei: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».
Ed ella incantata: «Nessuno, Signore».
«Neanch’io ti condanno; và e non peccare più…».
Ma lo sguardo di Lui, ora, è nel suo cuore, toccato per la prima volta dall’amore.
Sette – dice il vangelo – furono i demoni usciti dalla peccatrice: non v’era vizio che lei non conoscesse.
Si alzò in fretta, tentando di coprirsi coi brandelli rimasti dalle vesti, e fuggì lontano.
E più correva più le entravano dentro le parole di quel giovane Rabbi. Il freddo del vento sul corpo e l’umido della terra sotto i piedi, le dicevano vero quell’incubo fattosi sogno.
Rientrò in casa.
Strano. La leggerezza del suo ambiente domestico d’un colpo le pareva gravosa. Intollerabile la vista di quel talamo, di tutto… Un pianto irrefrenabile la mosse: lacrime lavant.
Non sappiamo il frammezzo.
I vangeli ci parlano di una donna, che un giorno, all’ora di pranzo, entrò di soppiatto nella casa di un fariseo, dov’era Yehoshua.
Strisciando dall’uscio fin sotto i suoi piedi, ella piangeva. Con lacrime bagnava i piedi del Maestro e li asciugava con i suoi stessi capelli. Li carezzava lievemente, portando le sue labbra giù giù per baciarli.
Poi rotto un vasetto di nardo assai prezioso – sottratto forse alle sue antiche provviste – prese a cospargerli con quell’olio profumato.
Il fariseo, a quella femminile sensualità, pensò fra sé: «Se costui fosse davvero un profeta, saprebbe quale peccatrice lo sta toccando!».
E Yehoshua, rivolgendosi a Kèfa che era con lui: «Simone..».
Ed egli: «Rabbi, di’ pure».
«Sentimi bene. Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».
Ed egli rispose: «Di certo quello a cui ha condonato di più».
«Esatto, Simone», rispose Yehoshua.
E volgendosi verso la donna, rannicchiata ai suoi piedi: «Vedi questa donna? Sono entrato in questa casa e nessuno mi ha offerto l’acqua per mondarmi i piedi; lei invece me li ha bagnati di lacrime e li ha asciugati coi suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando è qui non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai onorato, cospargendomi il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di nardo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato. Invece a quello a cui si perdona poco, ama poco».
Da allora in poi Miriam, non si separerà più dal suo Maestro. Si liberò di tutti i suoi beni e unì il ricavato a quello delle altre donne, che seguivano il gruppo dei discepoli.
L’incontro con quel Rabbì itinerante, le aveva restituito l’innocenza da sempre cercata. Intorno a lei le amicizie fiorirono, con Susanna, Giovanna, moglie di Cusa, Miriam di Cleofa e le altre, con i dodici e i tanti che seguivano Yehoshua. E poi con loro c’era la Madre, donna d’ineguagliabile umanità.
Molta strada ha dovuto fare Miriam: dall’incredulità alla fede, dalla noia al puro desiderio, dall’isolamento all’amicizia, dalla durezza alle lacrime, dalla Galilea a Gerusalemme.
E come dice Giovanni evangelista, era presente fin sotto la croce di Yehoshua, accanto alla madre di lui, a gridare il suo lamento, a vederlo spirare.
Non dormì quella notte. Le avevano sottratto il suo amato, tutto, lasciandole strazio e lacerazione.
Vagava raminga in giro per la città, per le strade e per le piazze. Sola e come inebetita dal dolore. Rientrò in casa, per poco.
Non era ancora notte, ma nemmeno già mattino quando realizzò che non avrebbe più trovato per di lì l’amato del suo cuore, sigillato ormai nel sepolcro. Vi si recò.
Il sole iniziava appena a stagliarsi sul filo dell’orizzonte, che ella giunse al cimitero.
Sgranò, sgomenta, lo sguardo: la grassa pietra tondeggiante, posta proprio ieri sull’imboccatura della tomba, era stata ribaltata!
Veloce come non mai, lasciati cadere gli unguenti, corse ad avvisare Kèfa: «Hanno portato via il Signore! Lo hanno portato via, e non sappiamo dove lo hanno posto!».
Kèfa e Giovanni allora corsero a perdifiato e, giunti, videro come aveva detto loro la donna.
Mentre quelli rientravano in casa, ella affranta tornava sui suoi passi, spinta in avanti da un’indicibile forza, come spesso avviene a chi tocca l’estremo del dolore.
Si fermò all’esterno, vicina alla gola oscura, digiuna anche lei del Signore. Cadendo in ginocchio su se stessa, piangeva Miriam: le lacrime erano l’ultima certezza ancora rimastale.
«Donna, perché piangi?» – soave chiese una voce dall’interno del pertugio. Erano due giovani angeli, seduti l’uno a capo l’altro ai piedi della lastra, abbandonata da Yehoshua.
Miriam ignara, quasi offuscata dal lungo lamento, rispose: «Hanno portato via il mio Signore, e non so dove lo hanno posto».
Un rumore d’erba dietro di lei. Si voltò.
«Donna, perché piangi? Chi cerchi?» – un uomo a lei.
E Miriam, con gli occhi ancora velati di lacrime, scambiando quella figura per il guardiano di ronda nel giardino, chiese: «Oh signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo».
Ed egli: «Miriam!».
Finalmente, come risvegliata di colpo da un profondo torpore, levato il capo e guardandolo dritto in volto: «Rabbunì!».
Saltò senza indugio fra le sue braccia, lo strinse fortemente al petto: «Yehoshua!». E continuava a baciarlo.
Ed egli a lei: «Miriam, non continuare a trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre. Ma và dai miei fratelli e dì loro: Io vado al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».
Miriam di Magdala, fece come le aveva detto il Signore.
Lei, la prima a vedere il Risorto.
E di nuovo si compivano le parole del Rabbì: «le prostitute vi sorpasseranno».
Il Figlio, Yehoshua

Nato nella solitudine di un grembo prima deserto, dalla steppa delle insidie e del Tentatore, alla caverna dell’angoscia e degli ulivi, al giardino della morte e della vita, Yehoshua è forse il più solo di tutti i personaggi del vangelo. Chi mai avrebbe potuto vantarsi di averlo capito?
E non ci basta sapere che Jahwe era sempre con lui, per non ammettere al pari la sua arsura nel deserto, il suo cruento pianto nel frantoio, il suo grido dalla croce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?».
Yehoshua è apprendista e maestro di quel fondo austero alla condizione umana, che è la nostra solitudine.
Solo rispetto a Yosef e Miriam, incompreso persino da Kèfa e dai suoi, provocato dagli scribi e dai farisei, frainteso e tradito da Yehûdāh , processato senza prove né difese, inchiodato dalla folla, deposto sul freddo di una pietra sepolcrale e lì, dal Padre suo, risorto in sovrana intimità.
La solitudine del Cristo rifulge, tra le altre, come forma suprema di privazione e svuotamento: vuoto che pure resta principio di fecondità. Persino oggi, in un tempo in cui la fede non si intende più da sé, la solitudine di Dio pare emerga come il modo della sua presenza fra gli uomini, il punto di incrocio elementare e inaudito fra il suo essere divino e la nostra umanità.
Non sarà soltanto un caso se i primi trent’anni della vita del Cristo siano quasi del tutto ingoiati dai vangeli e se Egli, Verbo uscito dal silenzio, abbia amato ritirarsi a notte fonda o prima dell’alba, e restare solo, esposto al refrigerio del nascondimento.
Forse soltanto un cuore straordinariamente solitario, in bilico fra gli abissi celesti e terreni, avrebbe potuto farsi straordinariamente solidale.
Nel grande silenzio degli anni nazarethani, il Figlio, da Yosef, Miriam e dal Padre suo ha dovuto imparare come esser solo. Anni di tirocinio nella bottega paterna, stagioni di noviziato accanto alla madre. Lo stile di Yehoshua dunque non fu un meteorite d’un tratto precipitato sulla terra: «jede Version Geottes ist autobiographisch», per dirla con Cioran.
Anch’egli ha dovuto obbedire alla vita e alla storia, apprendere una pura religiosità, riconoscere il suo indicibile affiatamento con Jahwe, guadagnarsi un’anima sovrana, una attenzione senza intenzione, uno slancio virile e impavido, fino all’oblio di sé.
Questo charme del Rabbi di Nazareth filtra da ogni pagina dei vangeli, di un fascino però figlio del silenzio. Se già noi, lontani e mai appagati lettori, subiamo la sua fascinazione, quanto più reale fu essa per i suoi contemporanei.
Difficile decifrare la miscela di quel tenue magnetismo che raggia dal suo contegno. V’è nel suo stile un non-so-che di inaccerchiabile: ha il coraggio di dire «io», «io però vi dico…», senza essere dogmatico e, spesso, la sapienza di tacere senza essere insulso; è vulnerabile e fiero insieme, divino ma non sacrale, naturale e sovrano, prossimo a ciascuno e remoto da ognuno, capace di intervenire e soprassedere, di ospitare perfino l’impuro, l’ostile e lo straniero.
La sua solitudine non è isolamento: volentieri rivolge domande e si intrattiene in banchetti; il suo animo celibe non è insensibile: si commuove e ammette carezze di donna; sa far miracoli e risuscitare i morti: ma non sa le moine del sensazionalismo; è geniale e spontaneo, mai sopraffatto dall’esagerazione; la sua purità non è sdegnosa: giustifica l’adultera perché ha molto amato; la sua sapienza non è sofisticata: è il buon senso e la vita a porgergli parabole che vadano in Cielo; la sua mitezza non è irresoluta: è virile e fiero nel scacciare i mercanti dal Tempio; la sua ubbidienza non è abdicazione: è signorile e libero nel suo essere servo; è povero e non ha sasso dove riposare, ma conosce la magnanimità e lo sperpero dell’amore: come il nardo preziosissimo rotto per l’innamorato, o i pani moltiplicati in avanzo, come le giare di buon vino traboccanti fino all’orlo o il pugno allargato che fa piovere semi ovunque, come il padrone che rimborsa largamente a chi lavora un’ora sola o il pranzo della festa imbandito e succulento.
È Lui la Verità e forse proprio per questo ama essere paradossale.
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