Ogni anno in cinquemila lasciano l'Italia, già assunti da aziende straniere. Sono ingegneri, medici, economisti e traduttori. Costati allo Stato 175 milioni di euro. Ecco la nuova emergenza.
(da L'Espresso)
Cinquemila laureati, di quelli con i voti più alti, che non si perdono una lezione e finiscono in tempo gli esami, di quelli bravi, insomma, se ne vanno ogni anno dall’Italia con un contratto di lavoro già firmato in mano. Un pezzo di carta prezioso che in patria impiegherebbero anni a conquistare e che comunque riconoscerebbe loro uno stipendio molto più basso di quanto le imprese americane, inglesi, tedesche o cinesi sono pronte a sborsare. Noi li formiamo, spendendo la rispettabile cifra di 34.950 euro per ciascuno. E loro li assumono.Questo export di cervelli e competenze - a partire sono ingegneri, economisti, persino medici - ha un doppio costo. C’è il capitale umano che se ne va, portandosi dietro l’ossatura dello sviluppo del Paese. E c’è la spesa dello Stato per la loro istruzione: più di tremila euro a semestre per universitario, e visto che questi talenti hanno frequentato corsi per cinque anni, perderli significa dire addio a un investimento complessivo di 175 milioni di euro.Sono i numeri ingombranti del sequel di una storia che pensavamo ormai di conoscere, quella dell’arcinota “fuga dei cervelli”. Il blockbuster degli scienziati eccellenti costretti ad attraversare l’oceano per una carriera accademica si è trasformato infatti in un colossal che riguarda intere classi di ex studenti, migliaia di venticinquenni da 110 e lode che si trasferiscono altrove ad impiegare le loro conoscenze. I supertalentuosi che esportiamo in Gran Bretagna o a Berlino non andranno a fare gli inventori come i cervelli in fuga ma nemmeno i baristi come gli emigrati spinti dalla disoccupazione. Sono stati chiamati semplicemente perché ottimi progettisti hi-tech, economisti, medici, matematici, sviluppatori, tecnici delle relazioni internazionali e di gestione delle risorse. Insomma: esperti nelle materie che servono per assicurare profitti a un’azienda. Ma anche per far crescere un Paese. Che non sarà il nostro.
I NUMERI DELL'ESODOCon queste premesse non stupisce che le statistiche siano spietate, a guardarle da Roma. Il sette per cento degli universitari che trovano impiego a un anno dalla laurea, è fuori dal Paese. Un quarto degli economisti sfornati dalla Bocconi nel 2013, oggi è assunto a Parigi, a Shangai, a New York. Cinque anni fa era meno del 15 per cento. Metà degli ex studenti di finanza a Verona ha già firmato un contratto in inglese. Su “Eures”, il portale dell’Unione Europea per gli annunci di lavoro, in questo momento sono presenti con il loro curriculum più di 190mila connazionali che sperano di andarsene, oltre il doppio di portoghesi, romeni e polacchi. E nel 2012, fotografa l’Istat, più di 14mila laureati hanno spostato la loro residenza al di là dalle frontiere, alla ricerca di quel futuro già agganciato dai cinquemila rampolli che secondo l’ultimo rapporto di Almalaurea, il consorzio di 64 atenei che certifica i dati sull’occupazione dei laureati, vengono assunti ogni estate dalle aziende straniere.PROFESSIONISTI IN VENDITAEccoli dunque i protagonisti del sequel. Hanno venticinque anni, una laurea specialistica in ingegneria o in economia, ma anche in lingue e letterature comparate e in materie politico-sociali. Ottimi voti, grandi aspettative, un inglese padroneggiato con nonchalance. E una marcia in più, come spiega Tommaso Dalla Massara, docente di Diritto romano e delegato all’orientamento dell’università di Verona: «A chiederci opportunità per fuggire sono i più ambiziosi, i più capaci. Anche qui nel Nord Est, ormai, dove potrebbero trovare le stesse occasioni?».
Ad aspettarli non ci sono solo turbine o computer. Ma anche bisturi, guanti e cuffiette: pure i nostri medici, infatti, abbandonano sempre più spesso l’Italia per andare a curare i malati di altri Paesi. Formare un camice bianco costa, e tanto: agli anni di università si devono aggungere quelli della specializzazione durante i quali i ragazzi fanno la gavetta in corsia, ricevendo uno stipendio mentre imparano il mestiere. Per i direttori degli ospedali europei, americani o asiatici, i nostri neodottori, invece, sono “gratis”, sostiene Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici. Che non si stupisce dell’aumento di lasciapassare richiesti dagli specialisti per operare nel resto d’Europa: «L’80 per cento dei dottori è assunto dal Servizio sanitario nazionale, oggi travolto da tagli e riduzioni. I giovani si trovano così ad aver studiato undici anni per entrare in un mercato di incertezze. È insostenibile. Per questo vanno all’estero. E noi non solo perdiamo le loro capacità, ma anche gli investimenti sostenuti dalle famiglie e dallo Stato per garantire loro la migliore preparazione: ad avvalersene saranno altri governi. Ben contenti di accoglierli, anche perché avranno medici eccellenti senza aver speso un euro in formazione».
ADDIO SVILUPPO«Stiamo perdendo il nostro capitale umano meglio formato», commenta il presidente di Almalaurea, Andrea Cammelli: «Quel sette per cento di occupati all’estero è molto concentrato in alcune discipline, soprattutto quelle scientifiche. Ragazzi con la media del 30 che in Italia non trovano spazio». L’intera classe dirigente di dopodomani finisce così acquartierata al di là delle Alpi. Lì fanno carriera, portano idee, creano sviluppo.«È da un pezzo che esportiamo laureati, ma adesso la fuga è diventata una valanga: in patria ci sono troppo poche opportunità per i giovani ambiziosi», commenta Giovanni Peri, professore (italiano) di Economia del lavoro a Davis, in California, oltre che autore di numerosi saggi sul tema. Eppure queste persone sono motori di crescita economica e scientifica, «forze di cui adesso beneficiano altre nazioni. Negli States, in cui vivo da venti anni, il 30 per cento degli scienziati e degli ingegneri viene da fuori. È un ciclo virtuoso: più cervelli, più imprese, più ricerca, più produttività. Ecco: in Italia rischiamo la tendenza inversa», conclude lo studioso.
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